Apertura di Repubblica: Santa Teresa d’Avila sul Venerdì

Con tanto di rimando in copertina, questa settimana Repubblica ha dedicato un doppio articolo alla ristampa, presso Castelvecchi editore, della Vita di Santa Teresa d’Avila.

Un articolo di Marco Cicala esatto ma fastidiosamente scandito in periodi brevissimi ed un altro di Vito Mancuso, inaspettatamente rigoroso – per quanto possa essere adeguato far scrivere di mistica a chi vorrebbe liberare la spiritualità europea (o ciò che ne resta) dal pensiero di Sant’Agostino.

La comparsa di tale articolo sull’inserto settimanale di Repubblica stupisce. Non la comparsa in sé; il patron Eugenio Scalfari da mesi tratta di religiosità, poco dopo l’elezione di papa Francesco I il medesimo inserto pubblicò un dossier curatissimo riguardo la Compagnia di Gesù, appunto papa Bergoglio ha suscitato sulla medesima testata uno sfrenato entusiasmo per le sue (presunte, velate) aperture.

Sorprende invece la simpatia con cui l’articolo guarda alla maestosa figura di S. Teresa. Si è ben lontani dal tono con cui Corrado Augias, concludendo la conversazione con Marco Vannini da cui è tratto il volume Inchiesta su Maria, rifiutava di spostarsi dall’atteggiamento di disdegno per il fatto religioso, roba da gentaglia rozza e credulona (che pure non riusciva a comprendere, fissato al luogo comune che sulla scorta di Freud e Sacks vari ritiene essere la spiritualità un fenomeno isterico); o da quello dello sconfortante filmato in cui lo stesso Augias presenta il suddetto tomo ospitato da Concita de Gregorio, la quale con sguardo aggrottato e tono tanto impostato quanto goffo osservava dall’alto della sua erudizione da salotto il resoconto postole dal suo illustre collega riguardo alle bizzarie incontrate durante la stesura dell’inchiesta.

Repubblica rappresenta questo: la sufficienza del mondo appropriatamente chiamato radical chic, di una “cultura” fatta di letteratura spicciola e legata al momento, di happening senza eventi, di serate musicali senza nerbo, showroom di design insipido e costoso, il tutto riempiendosi la bocca con la parola “popolare”, ossessionata dal cibo; una erudizione poco profonda e comunque priva di conoscenza, l’uomo che parla di se stesso, la molteplicità che dice tante cose che si assomigliano ma si incontrano di sfuggita, il flatus vocis di una monotonia che pure sfugge dall’Unità, il compiacimento del nulla, la desolante immanenza di tante parole che non dicono nulla. Compiacimento di un sé coccolato e tanto tediato da non accorgersene, egemonia di un pensiero unico ma non unitario, intellettualismo che appena forma una weltanschaaung, figurarsi una cultura – il dilagare di cosmopolitismo e multiculturalismo (ossia: “culture” che ne cancellano altre, perché trionfi su di esse il nulla americano).

Cultura che dovrebbe essere non una biblioteca piena di libri che non dicono nulla, ma Pensiero: Pensiero che divenga Spirito. Cultura che deve essere dotta ignoranza. Non importa chi abbia detto cosa, chi abbia scritto il romanzetto à la page, tanto carino ma mai epocale, chi abbia partecipato al tal festival con un film identico a tanti altri presentati in festival affini, chi abbia tenuto un concerto nel locale appena aperto con rinfresco e sedie di design. Questa vastità di nozioni è complicazione, non complessità; è transitorietà, è parola morta legata al momento in cui è stata detta; questa vastità non permette la formazione di una cultura, è un panorama tanto vasto da non essere maneggiabile (eppure chi ci si mette pretende di sapere).

S. Teresa, rivela Marco Cicala, non era un’erudita; affermazione non verissima, ma almeno non riferita col compiacimento con cui una de Gregorio, dall’alto della sua pila di romanzi Guanda (a proposito: terribile il volumetto di Marta Morazzoni Il fuoco di Jeanne, spiazzante esempio di riuscire a parlare di sé in un libro dedicato a qualcun altro; fra sociologia spicciola e compiacimento sia della vacuità della folla che della propria possibilità di permettersi vitto ed alloggio costosi), le darebbe una consolatoria pacca sulla spalla, al modo di una psichiatra che visita il paziente (che crede essere) delirante.

Lo ha ben detto Simone Weil: è desolante una contemporaneità che preferisca Freud a Platone. Si potrebbe dire: che preferisce centinaia di romanzetti di nicchia e serate di musica lounge alla ricerca dell’Uno ed ai canti gregoriani. Va ancora citato il perentorio, ma non abbastanza, appello di Vannini: la vera filosofia è la mistica, il vero errore è l’attaccamento all’Ego – specialmente se questo compiacimento di sé porta ad edificare uno zeitgeist che di “culturale” ha solo il termine, ripetuto in continuazione, vanamente. Meglio conoscere poche cose ma conoscere Dio, piuttosto che conoscere tante cose e non conoscere Dio, disse il mai abbastanza lodato (con buona pace di Mancuso) Aurelio Agostino, santo vescovo d’Ippona; si può certo anche conoscere molte cose, ma: che siano cose per davvero, non solo enunciazioni intorno a sé; che fra loro vi siano quelle essenziali – quella essenziale. Che l’enunciazione sia davvero parlare; altrimenti, si chiacchieri pure, ma si dichiari la chiacchiera per ciò che è.

Il Verbo del SIGNORE mi giunse, dicendo:

O città miserabile d’uomini intriganti,

O sciagurata generazione d’uomini colti,

Traditi nei dedali del vostro stesso ingegno,

Venduti dai profitti delle vostre invenzioni:

Vi ho dato mani che distogliete dall’adorazione,

Vi ho dato la parola e voi l’usate in infinite chiacchiere,

Vi ho dato la mia Legge e voi fate contratti,

Vi ho dato labbra, per esprimere sentimenti amichevoli,

Vi ho dato cuori e voi li usate per sospettarvi,

Vi ho dato il libero arbitrio e voi non fate altro che alternarvi

Fra la speculazione futile e l’azione sconsiderata.

Molti sono impegnati a scriver libri ed a stamparli,

Molti desiderano vedere il loro nome a stampa,

Molti leggono solo i risultati delle corse.

Leggete molto, ma non il Verbo di DIO,

Costruite molto, ma non la Casa di DIO.

Mi costruirete una casa di gesso col tetto ondulato,

Per riempirla coi rifiuti dei giornali della domenica?

(T.S. Eliot, Cori da “La Rocca”)

Shanti shanti shanti

Sant’Agostino d’Ippona ed il Vangelo di Giovanni

De vera Religione

L’intelligenza è la verità; il logos che è nell’uomo è il logos divino, il Verbo di Dio, la vera luce che illumina ogni uomo: questo Agostino afferma d’aver letto nei libri dei platonici [cfr.: Confessioni, VII, IX] e solo così, comprendendo la realtà del mondo intelliggibile  – della luce che non si vede con gli occhi del corpo, ha superato le difficoltà derivanti dall’ingenua rappresentazione di Dio.

(Marco Vannini, introduzione per Mursia ed. ad Aurelio Agostino, De vera Religione)

Il sempre ottimo professor Vannini ben evidenzia lo stretto legame tra il sommo filosofo Sant’Agostino ed il Vangelo di S. Giovanni; specialmente per un versetto del primo capitolo.

Veniva nel mondo la luce vera,

quella che illumina ogni uomo.

(Giovanni I,9)

Questi i passi della succitata opera del vescovo d’Ippona riferentesi, come notato dal prof. Vannini, al versetto giovanneo in questione.

La verità è quella che poté realizzarla [l’unità] completamente ed essere tutto ciò che l’Uno è. Essa è quella che lo rivela nella sua essenza, per cui viene chiamata a buon diritto suo Verbo e sua Luce.

(c. XXXVI, § 66)

Se sei certo di dubitare [delle rappresentazioni dell’uomo carnale], cerca il motivo di questa certezza: in questo caso non ti si presenterà certo la luce del sole, ma la luce vera, che illumina ogni uomo che viene in questo mondo.

(c. XXXIX, § 73)

Bisogna evitare gli inferi, ovvero le pene più gravi dopo questa vita, quando non ci può essere più richiamo alla verità e perciò non c’è più la ragione, giacché questa non è più rischiarata dalla luce vera, la quale illumina ogni uomo che viene in questo mondo. Affrettiamoci dunque e camminiamo finché è giorno, perché non ci raggiungano le tenebre.

(c. LII, § 101)

And we thank Thee that darkness reminds us of light.

O Light Invisible, we give Thee thanks for Thy great glory!

(T.S.Eliot, Choruses from “The Rock”)

Edizioni consultate:

La Bibbia di Gerusalemme, Centro editoriale dehoniano, Bologna 2012;

Sant’Agostino, De vera Religione – La vera religione, introduzione, traduzione e note di Marco Vannini, Gruppo Ugo Mursia, Milano 1987;

T.S. Eliot, Cori da “La Rocca”, RCS Libri, Milano 2010.

Mercoledì delle Ceneri

 ash-wednesday

Because I do not hope to turn again

Because I do not hope

Because I do not hope to turn

Desiring this man’s gift and that man’s scope

I no longer strive to strive towards such things

(Why should the aged eagle stretch its wings?)

Why should I mourn

The vanished power of the usual reign?

(T.S. Eliot, Ash-Wednesday, pt. I)

Dalla lettera di san Paolo ai Galati:

Mediante la Legge sono morto alla Legge, affinché [io] viva per Dio. Sono stato crocifisso con Cristo e non vivo più io, ma Cristo vive in me. Questa vita, che vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato ed ha consegnato se stesso per me. Dunque non rendo vana la grazia di Dio; infatti, se la giustificazione viene dalla legge, Cristo è morto invano.
(Gal II 19-21)

Dal commento alla Bibbia delle Edizioni Dehoniane:

Crocifisso con Cristo, il cristiano è, con Lui ed in Lui, morto alla Legge mosaica (cfr. Rm VII, 1s), anche in virtù di questa Legge (Gal III, 3), per partecipare alla vita di risorto di Cristo (Rm VI, 4-10; VII, 4-6). Il cristiano è morto alla Legge mosaica in forza di un’altra legge, quella della fede o dello Spirito (Gal III, 19.24; Rm X, 4; VIII,2).

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Il passo paolino sarà poi (1930) ripreso da T.S.Eliot in Ash-Wednesday (pt. II):

Let the whiteness of bones atone to forgetfulness.

There  is no life in them. As I am forgotten

And would be forgotten, so I would forget

Thus devoted, concentrated in purpose.

Le note all’edizione Rizzoli ne evidenziano

l’accenno ad un completo annullamento della volontà divina.

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Edizioni consultate:

La Bibbia di Gerusalemme, Centro editoriale dehoniano, Bologna 2012

Thomas Stearns Eliot, Opere, RCS Libri, Milano 2007.

Dio più grande

La mistica: più voci che annullano il proprio essere “più”, riconoscendosi parti/parte dell’Una; ciò tornando allo stesso discorso. Più locuzioni che divengono Una enunciazione. Penne con le quali scrive lo stesso Scrittore.

Un primo esempio che ci si permette qui di offrire: due gesuiti francesi del secolo scorso, appena sfioratisi. Padre de Chardin era ormai lontano dalla Francia quando il suo confratello de Certeau iniziava il proprio percorso nella Compagnia di Gesù. Un reverendo padre molto vicino al primo, Henri de Lubac, fu il mentore dell’altro, sino ad una brusca rottura, per le libertà accampate da padre de Certeau nell’usarne il nome e l’autorità per difendere l’audacia delle proprie posizioni.

Si propone qui un parallelo non netto, ma ben individuabile: il riferimento a Dio più grande, in entrambi (meno esplicitamente in de Chardin, più rigorosamente in de Certeau, dato che l’uno si permette di divagare attorno ad un discorso originale, mentre l’altro sta tracciando un profilo storico del discorso mistico – si è però ancora al de Certeau genuinamente misticologo e non ancora studioso distaccato) saldo e forte. Discorso che può risalire ad uno dei temi centrali della mistica, soprattutto nel Maestro Eckhart: Dio è Infinito in quanto in-finito, indefinibile. Via apofatica, da Platone e Dionigi lo Pseudo-Aeropagita: di Dio non si può parlare, perché significherebbe pretendere di darGli connotati creati dall’uomo. Non è l’uomo ad elaborare Dio, è Dio l’Essere (e non un ente, specificherà Eckhart), estremamente semplice (non avendo caratteristiche, poiché le caratteristiche sono limiti, oltre che immagini umane), che dà l’essere.

Preghiera al Cristo sempre più grande

P. Teilhard de Chardin SJ I

O Signore, poiché, con tutto l’istinto e mediante tutte le occasioni della mia vita, non ho mai cessato di cercarTi e di porTi nel cuore della Materia universale, sarà nell’abbagliamento d’una universale Trasparenza e d’un universale Incendio che avrò la gioia di chiudere gli occhi.

Come se, per ravvicinamento e contatto tra i poli tangibile e non tangibile, esterno ed interno del Mondo che ci porta via, tutto si fosse infiammato e scatenato.

Sotto le apparenze d’un “neonato” fra le braccia della Madre – conformemente alla grande Legge di Nascita -, Tu sei penetrato nella mia anima di fanciullo, o Gesù! Ecco che, ripetendo e prolungando in me il cerchio della Tua crescita attraverso la Chiesa, la Tua umanità palestinese si è via via espansa in tutte le direzioni, quale un’iride dalle innumerevoli sfumature per le quali la Tua Presenza, senza nulla distruggere, impregnava superanimandola ogni altra presenza attorno a me.

Tutto ciò perché avevi, in un Universo che mi si rivelava in istato di convergenza, Tu avevi preso, per diritto di Risurrezione, la posizione chiave del Centro totale in cui tutto si raccoglie.

Magnifico sciame dei corpuscoli che – cadendo come la neve dalle profondità dell’Infinitamente Diffuso – oppure scaturendo come un fumo dall’esplosione d’un quale Infinitamente Semplice – formidabile moltitudine, sì, che ci riporta nel suo turbine! Di questa sbalorditiva Energia granulare (affinché possa meglio toccarTi, o forse – chi sa? – perché Tu possa meglio stringermi), Tu Ti sei ammandato, o Signore, ai miei occhi. Meglio: ne hai fatto il Tuo stesso Corpo. Per molto tempo, ho visto in tutto quanto solo un meraviglioso contatto con una Perfezione già bell’e compiuta.

Sino al giorno recentissimo in cui mi hai rivelato che, sposando la Materia, non avevi solo indossata la sua Immensità e la sua Organicità; ma avevi assorbita, contattata e monopolizzata la sua insondabile riserva di potenza spirituale.

Sicché, da allora, sei diventato, per i miei occhi, per il mio cuore, ben maggiormente di Colui che era e che è, Colui che sarà.

Per alcuni dei Tuoi servi, Signore, il Mondo, il nostro Mondo nuovo – quello dei nuclei, degli atomi e dei geni – è diventato una fonte di perenne ansietà perché ci appare ora così mobile, così irresistibile e così grande! Questa crescente probabilità (sulla quale tutti noi facciamo a modo di chiudere gli occhi) d’altri pianeti pensanti nel Firmamento, questo rimbalzo evidente d’una evoluzione diventata capace, per impegno planetario, di dirigersi ed accelerarsi da sé. Questo spuntare, all’orizzonte, d’un Ultraumano per effetto d’ultrariflessione: tutto quanto sembra spaventoso a chi, esitando ancora ad immergersi nelle grandi acque della Materia, teme di vedere il suo Dio esplodere con l’acquisizione d’una nuova dimensione.

Ma, per la mia intelligenza, per la mia anima, cosa potrebbe mai renderTi più amabile, unico, Signore, dell’accorgermi che, Centro sempre aperto nell’intimo di Te stesso, continui ad intensificarTi – la Tua tinta continua ad accentuarsi man mano che, raccogliendo e sottomettendo sempre più l’Universo, nel Centro di Te stesso («sino al momento di rientrare, Tu con il mondo in Te, nel seno di Colui dal quale sei uscito») Tu Ti pleromizzi?

O Signore, più passano gli anni e più mi pare di riconoscere che, in me ed attorno a me, la grande e segreta preoccupazione dell’Umanità moderna stia molto meno nel contendersi il possesso del Mondo che nel trovare il mezzo d’evaderne. L’angoscia di sentirsi, in seno alla Bolla cosmica, molto meno spazialmente che ontologicamente chiusi! La ricerca ansiosa d’una via d’uscita, o più esattamente d’un Punto focale per l’Evoluzione! Ecco, scontando una crescente Riflessione planetaria, il tormento che pesa oscuramente sull’anima sia dei Cristiani che dei gentili nel Mondo d’oggi.

L’Umanità, destata alla coscienza del moto che la travolge, sente sempre maggiormente il bisogno di scoprire, più avanti di sé ed al di sopra di sé, un Senso ed una Soluzione cui le sia finalmente possibile dedicarsi con pieno ardore.

Ebbene, quel Dio non solo del vecchio Cosmo ma della Cosmogenesi nuova (nella stessa misura in cui una ricerca mistica di due milleni fa apparire in Te, sotto il Bambino di Betlemme e l’Uomo della Croce, il Principio Motore ed il Nucleo collettore del Mondo), quel Dio così ardentemente atteso dalla nostra generazione, non sei proprio Tu a rappresentarLo ed a portarceLo, o Gesù?

Signore della Consisntenza e dell’Unione, o Tu il cui segno di riconoscimento e la cui essenza sono quelli di poter crescere indefinitamente, senza deformazioni né rotture, alla misura stessa della misteriosa Materia – Signore della mia infanzia e Signore della mia fine  – Dio compiuto in Sé eppure, per noi, mai finito di nascere – Dio che presentandoTi alla nostra adorazione quale “evolutore ed evolutivo”, sei ormai l’Unico che possa soddisfarci – disperdi finalmente le nuvole che Ti nascondono ancora, sia quelle dei pregiudizi ostili che quelle delle false credenze.

Per Diafania ed Incendio ad un tempo, erompa la Tua universale Presenza.

O Cristo sempre più grande!

(da: R.P. Pierre Teilhard de Chardin SJ, Il Cuore della Materia, 1950)

Dio «più grande»

M. de Certeau SJ I

Non è possibile dire semplicemente che Dio sia la, «come questo». È questione d’assoluto, di verità, d’Infinito. È qualcuno o qualcosa non determinabile, che non può essere trattenuto, né sormontato. Perciò, si può chiamarlo anche aldilà, ma questo aldilà non è più in alto o in basso, più a destra o a sinistra. È aldilà perché è sempre più lontano rispetto a dove lo cerchiamo. Non possiamo coglierlo da nessuna parte, ma comprendiamo che è infinito per il cammino indefinito che Lo cerca dopo averLo accolto o Lo chiama dopo averLo percepito. L’Infinito per noi è lo spirito di questo itinerario indefinito. Non possiamo mai circoscrivere nei nostri concetti, nella nostra esperienza Colui che, per definizione, è aldilà.

Alcuni testi della tradizione musulmana giustamente dicono: Dio è «più grande». Non si può dire che Dio sia grande, perché il qualificativo di «grande» risulta da una enumerazione, si situa il qualificato nell’ordine che è il nostro: un certo numero di cose sono grandi, ma è falso dire che Dio Si situi fra quelle grandezze. Non possiamo dire nemmeno che Dio sia «il più grande», come se conoscessimo tutta la gerarchia delle grandezze e potessimo designare e disvelare, da un qualche luogo d’osservazione che ci offra l’intero panorama delle cose, il sommo di questa piramide.

Ma possiamo dire, l’esperienza lo insegna: Dio è «più grande». Cioè: non manca di rivelarSi per il fatto di essere ad ogni momento, in rapporto ad ogni conoscenza, più grande delle concezioni ed esperienze che abbiamo di Lui. Questo comparativo illimitato traduce ciò che abbiamo indefinitamente da riconoscere. L’infinito non è esperimentabile se non attraverso un passo in più, per effetto d’uno scarto relativo a quel che conosciamo o percepiamo già di Lui.
(da: R. P. Michel de Certeau SJ, L’esperienza spirituale, per «Christus», 1970)

Edizioni consultate:

P. T. de Chardin SJ, Il Cuore delle Materia, Editrice Queriniana, Brescia 2007;

M. de Certeau SJ, Sulla Mistica, Morcelliana, Brescia 2010.

Shanti shanti shanti

presentazione

Note sulla MISTICA: citazioni da personaggi che hanno reso le “loro” testimonianze circa ciò che davvero conta, la dimensione spirituale.

La decisione di aprire questo piccolo sito è dovuta soprattutto all’apprendista Heldris, tenutaria, su tutt’altro livello, del blog Luce del Medioevo ( http://lucedelmedioevo.wordpress.com ); alla presenza ormai consolidata del glorioso Trillo Parlante ( http://iltrilloparlante.wordpress.com ) del mio Maestro; all’opera del prof. Marco Vannini ( http://www.marcovannini.it ), il maggior esperto di mistica in Italia, uno dei più grandi al mondo.

Sono tuttora uno studente scarso; sono stato un operaio inefficiente, un operatore ospedaliero ed un bibliotecario comunale inutile. Non credo nell’utilità di internet, tanto meno quale strumento di comunicazione (come tale si sta anzi rivelando deleterio), ma intendo usarlo per diffondere, nel mio piccolo, qualcosa di (platonicamente) bello e buono: non avendo a mia volta nulla né di bello né di buono da offrire, lo farò con ciò che hanno offerto dei grandissimi personaggi.

Personaggi con i quali almeno in una cosa coincido: anche loro non hanno offerto nulla di proprio. Si sono distaccati da sé, rinunciando alle proprie istanze, alle proprie peculiarità – alla propria dimensione particolare, al proprio io. La filosofia intesa da Platone quale esercizio di morte; morte a se stesso, aggiunge il Maestro Eckhart.

Nel mondo dell’esasperazione dell’attaccamento all’io, ciò potrebbe giovare. Sportivi, attori e popstar tempestano le interviste con proclami riguardo i propri meriti; un personaggio pubblico emergente non ha remore nell’affermare in conferenza stampa di anteporre «la faccia alla carriera», ossia l’immagine la propria persona (intesa, come fece Bergman, come maschera, quindi immagine che si offra di sé) al servizio pubblico, al bene comune.

Quanto più gradevole suona la frase della magnifica Simone Weil:

Devo amare di esser nulla. Come sarebbe orribile se fossi qualcosa! Amare il mio nulla, amare d’essere nulla.

(da L’ombra e la grazia)

Non risulta perciò fuori luogo la perentorietà del buon maestro Vannini nell’intitolare una sua recenta conferenza: «La vera filosofia è la mistica. Il grande errore è l’attaccamento all’ego.»

Al di là del contrasto con lo zeitgeist, la mistica è valida in ogni tempo – anche perché sta fuori dal tempo. La ricerca dell’Altro è sempre valida. Come ben ha dimostrato il R.P. Michel de Certeau SJ, studiando la mistica dei secc. XVI e XVII (ossia, l’epoca del primo utilizzo del termine mistica in quanto sostantivo, indicante una precisa produzione di testi, seguito dalla sua “sconfitta” ad opera del dilagante scetticismo), l’accusa ai mistici (solo quelli da lui trattati! La tradizione mistica è iniziata, in Occidente, con Platone, è proseguita con Maestro Eckhart ed è continuata prima della tradizione studiata da padre de Certeau in Fabula mistica) di essere “moderni” è precisa solo cronologicamente, in realtà: essi sono stati dei continuatori della Patristica; si sono «fondati sulla fede in un Inizio che viene sempre al presente» (L’enunciazione mistica).

Non per nulla il discorso è sempre lo stesso: poco contano le divergenze del Cancelliere parigino Jean Gerson col Dionigi lo Pseudo-Aeropagita che pure ne è il modello, bensì l’esclamazione di Hegel al cospetto degli scritti del Maestro Eckhart – «Qui abbiamo trovato davvero quello che vogliamo!»

Discorso di Dio, il solo vero discorso, la vera cosa. Non costruzione teologica (già Platone lo disse: il “discorso su Dio” è una bestemmia, arroganza umana), non chiacchericcio antropocentrico; non l’uomo che pretende di definire Dio (l’indefinibile, in-finito), né un altro “uomo che si guarda l’ombelico”, ma l’uomo che si rende conto di non essere nulla, ma solo una parte di Dio – non parte d’un insieme, ma parte di un Uno (semplice, perché privo di caratteristiche: indefinibile). Il discorso circa questo Uno è sempre lo stesso, condotto slegandosi dalla propria persona (la quale, se considerata tale, è solo una parte a sé in un molteplice) e quindi rendendosi conto di essere in Uno – essere in Dio, parte di Dio. Essere Dio, non essendo altro da Dio, non essendo più “io”.

Shanti shanti shanti