Apertura di Repubblica: Santa Teresa d’Avila sul Venerdì

Con tanto di rimando in copertina, questa settimana Repubblica ha dedicato un doppio articolo alla ristampa, presso Castelvecchi editore, della Vita di Santa Teresa d’Avila.

Un articolo di Marco Cicala esatto ma fastidiosamente scandito in periodi brevissimi ed un altro di Vito Mancuso, inaspettatamente rigoroso – per quanto possa essere adeguato far scrivere di mistica a chi vorrebbe liberare la spiritualità europea (o ciò che ne resta) dal pensiero di Sant’Agostino.

La comparsa di tale articolo sull’inserto settimanale di Repubblica stupisce. Non la comparsa in sé; il patron Eugenio Scalfari da mesi tratta di religiosità, poco dopo l’elezione di papa Francesco I il medesimo inserto pubblicò un dossier curatissimo riguardo la Compagnia di Gesù, appunto papa Bergoglio ha suscitato sulla medesima testata uno sfrenato entusiasmo per le sue (presunte, velate) aperture.

Sorprende invece la simpatia con cui l’articolo guarda alla maestosa figura di S. Teresa. Si è ben lontani dal tono con cui Corrado Augias, concludendo la conversazione con Marco Vannini da cui è tratto il volume Inchiesta su Maria, rifiutava di spostarsi dall’atteggiamento di disdegno per il fatto religioso, roba da gentaglia rozza e credulona (che pure non riusciva a comprendere, fissato al luogo comune che sulla scorta di Freud e Sacks vari ritiene essere la spiritualità un fenomeno isterico); o da quello dello sconfortante filmato in cui lo stesso Augias presenta il suddetto tomo ospitato da Concita de Gregorio, la quale con sguardo aggrottato e tono tanto impostato quanto goffo osservava dall’alto della sua erudizione da salotto il resoconto postole dal suo illustre collega riguardo alle bizzarie incontrate durante la stesura dell’inchiesta.

Repubblica rappresenta questo: la sufficienza del mondo appropriatamente chiamato radical chic, di una “cultura” fatta di letteratura spicciola e legata al momento, di happening senza eventi, di serate musicali senza nerbo, showroom di design insipido e costoso, il tutto riempiendosi la bocca con la parola “popolare”, ossessionata dal cibo; una erudizione poco profonda e comunque priva di conoscenza, l’uomo che parla di se stesso, la molteplicità che dice tante cose che si assomigliano ma si incontrano di sfuggita, il flatus vocis di una monotonia che pure sfugge dall’Unità, il compiacimento del nulla, la desolante immanenza di tante parole che non dicono nulla. Compiacimento di un sé coccolato e tanto tediato da non accorgersene, egemonia di un pensiero unico ma non unitario, intellettualismo che appena forma una weltanschaaung, figurarsi una cultura – il dilagare di cosmopolitismo e multiculturalismo (ossia: “culture” che ne cancellano altre, perché trionfi su di esse il nulla americano).

Cultura che dovrebbe essere non una biblioteca piena di libri che non dicono nulla, ma Pensiero: Pensiero che divenga Spirito. Cultura che deve essere dotta ignoranza. Non importa chi abbia detto cosa, chi abbia scritto il romanzetto à la page, tanto carino ma mai epocale, chi abbia partecipato al tal festival con un film identico a tanti altri presentati in festival affini, chi abbia tenuto un concerto nel locale appena aperto con rinfresco e sedie di design. Questa vastità di nozioni è complicazione, non complessità; è transitorietà, è parola morta legata al momento in cui è stata detta; questa vastità non permette la formazione di una cultura, è un panorama tanto vasto da non essere maneggiabile (eppure chi ci si mette pretende di sapere).

S. Teresa, rivela Marco Cicala, non era un’erudita; affermazione non verissima, ma almeno non riferita col compiacimento con cui una de Gregorio, dall’alto della sua pila di romanzi Guanda (a proposito: terribile il volumetto di Marta Morazzoni Il fuoco di Jeanne, spiazzante esempio di riuscire a parlare di sé in un libro dedicato a qualcun altro; fra sociologia spicciola e compiacimento sia della vacuità della folla che della propria possibilità di permettersi vitto ed alloggio costosi), le darebbe una consolatoria pacca sulla spalla, al modo di una psichiatra che visita il paziente (che crede essere) delirante.

Lo ha ben detto Simone Weil: è desolante una contemporaneità che preferisca Freud a Platone. Si potrebbe dire: che preferisce centinaia di romanzetti di nicchia e serate di musica lounge alla ricerca dell’Uno ed ai canti gregoriani. Va ancora citato il perentorio, ma non abbastanza, appello di Vannini: la vera filosofia è la mistica, il vero errore è l’attaccamento all’Ego – specialmente se questo compiacimento di sé porta ad edificare uno zeitgeist che di “culturale” ha solo il termine, ripetuto in continuazione, vanamente. Meglio conoscere poche cose ma conoscere Dio, piuttosto che conoscere tante cose e non conoscere Dio, disse il mai abbastanza lodato (con buona pace di Mancuso) Aurelio Agostino, santo vescovo d’Ippona; si può certo anche conoscere molte cose, ma: che siano cose per davvero, non solo enunciazioni intorno a sé; che fra loro vi siano quelle essenziali – quella essenziale. Che l’enunciazione sia davvero parlare; altrimenti, si chiacchieri pure, ma si dichiari la chiacchiera per ciò che è.

Il Verbo del SIGNORE mi giunse, dicendo:

O città miserabile d’uomini intriganti,

O sciagurata generazione d’uomini colti,

Traditi nei dedali del vostro stesso ingegno,

Venduti dai profitti delle vostre invenzioni:

Vi ho dato mani che distogliete dall’adorazione,

Vi ho dato la parola e voi l’usate in infinite chiacchiere,

Vi ho dato la mia Legge e voi fate contratti,

Vi ho dato labbra, per esprimere sentimenti amichevoli,

Vi ho dato cuori e voi li usate per sospettarvi,

Vi ho dato il libero arbitrio e voi non fate altro che alternarvi

Fra la speculazione futile e l’azione sconsiderata.

Molti sono impegnati a scriver libri ed a stamparli,

Molti desiderano vedere il loro nome a stampa,

Molti leggono solo i risultati delle corse.

Leggete molto, ma non il Verbo di DIO,

Costruite molto, ma non la Casa di DIO.

Mi costruirete una casa di gesso col tetto ondulato,

Per riempirla coi rifiuti dei giornali della domenica?

(T.S. Eliot, Cori da “La Rocca”)

Shanti shanti shanti

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